“siamo il bentos; ognuna
delle sue forme unite nella percezione
di una forma totale”
(F. Terzago, Bentos)
Francesco Terzago[1] (1986) ha studiato Linguaggi e tecniche di scrittura all’Università di Padova eStorytelling politico alla Scuola Holden.
Grazie a un programma di scambio culturale e ricerca ha vissuto in Cina (2012-13), dove ha indagato il fenomeno della creatività urbana nei chéngzhōngcūn (villaggi urbani). In seguito si è formato nella Progettazione del verde e nell’agricoltura naturale (2024).
È membro dei Mitilanti (2015), associazione della Spezia attiva nell’ambito della poesia performativa, con cui produce Erbin, Festival di Ecopoesia e convivialità (2023). E fa parte del comitato redazionale “Poesia180”, progetto antologico per le scuole (2021).
Le sue ricerche sulla poesia di strada sono raccolte in La parola ovunque, poesia di strada e sovversione dello spazio urbano[2] (2021).
Ha pubblicato le raccolte di poesie Caratteri (2019) e Ciberneti (2022); Erbe chimeriche (BS Edizioni, 2023), un erbario fantastico illustrato, “avventura ecopoetica che riguarda il paesaggio[3]” e Bentos(2024), un racconto poematico di fantascienza.
“Bèntos: in ecologia, è il complesso degli organismi acquatici che per un periodo continuato della loro vita si mantengono in relazione più o meno stretta con il fondo marino”. Il racconto esplora lo spazio della diversità e della malattia, in senso sociale:
“Quando arrivò la malattia le persone morirono. Per alcuni la malattia era interna – per altri si manifestava all’esterno, comunque gli ammalati erano portati nei palazzi degli ammalati, e morivano. Questo succedeva all’inizio. La malattia trasformava le persone in cristallo. […] Entro dieci maree tutto il corpo ne era ricoperto e non poteva più muoversi”.
Bentos “ha per soggetto l’alterità, la comunicazione tra i viventi nella dimensione corporea, non verbale[4]”.
“gli ammalati avevano il tempo di proporre un’ultima personale verità. Almeno a se stessi. E scegliere una coreografia, quali vestiti indossare. O spogliarsi, se lo preferivano; e con quale espressione o lunghezza dei capelli incontrare l’immobilità; alcuni assumevano una posa capace di proiettare l’ombra di un animale che ora non esiste più. Altri il carattere di un alfabeto, oppure una geometria regolare: quadrati, triangoli, soprattutto cerchi. Ognuno aveva modo di trovare il suo podio”.
I testi riguardano metaforicamente l’espressione della propria identità e unicità e la rielaborazione della propria vita, tramite l’accettazione della senilità e del corpo, che cambia forma per sempre.
Il legame tra i morti e i vivi genera un’eredità affettiva tra una generazione all’alta:
“i cristalli nelle vasche di evaporazioni si mostrano oggi con rosa e azzurro guizzante. E noi lo raccogliamo, il sale, e lo conserviamo in mucchi e dentro c’è tutta la morte, e dentro c’è tutta la vita”.
Possiamo domandarci “come parlerebbero del nostro presente persone che si pongono in un momento temporale remoto, là dove è svanita, per ragioni geofisiche ed ecosistemiche la figura della metropoli, della città, e delle sue componenti infrastrutturali e logistiche?
“il mare e il vento allora svelano tutte le figure della gioia: i pesci planano da un’onda all’altra, i fiori galleggianti e i frutti si staccano dagli steli sommersi e si disperdono con l’augurio di nuovi insediamenti”.
La preparazione alla morte è rappresentata come momento di pace a contatto con l’ambiente, di fioritura e metamorfosi con il regno marino.
La nostra storia implica una concatenazione di vita, morte e nuova vita, generata da chi ci precede, alla ricerca di valori universali e di un cambiamento:
“Il mare deve il suo sapore alla restituzione, al confluire – nel mare si deposita, strato su strato, il materiale di ogni vivente. Il fondale si solleva e alghe crescono da ossa e gusci ridotti, dalla reciproca
abrasione, in un unico composto. Ora è tutto mare, ora è tutto cielo” […] “Le distanze si scontrano con questa coltre persistente; sentiamo ogni movimento, conosciamo ogni desiderio, su di noi pelle-squame”.
La frase “il fondale si solleva e alghe crescono da ossa e gusci ridotti, dalla reciproca abrasione, in un unico composto” può racchiudere simbolicamente la poetica dello scrittore sul rapporto tra morte e rinascita. Con il passare degli anni, in un contesto di fusione, siamo tutti elementi di una forma totale, in un unico composto.
Francesco Terzago, nelle sue opere, sviluppa svariati argomenti: “se dovessi trovare un punto di maggiore profondità rispetto al quale entrare nel merito di Caratteri, lo situerei proprio nella relazione tra la lingua, il soggetto della lingua stessa e gli eventi che lo coinvolgono, alla ricerca di catturare un tempo vissuto” (G. M. Villalta 2019, da prefazione al libro).
L’autore descrive le relazioni in maniera approfondita (la coppia, la famiglia, l’amicizia), alla ricerca di esorcizzare il malessere e di trovare un posto nel mondo, ma dove?
ESORCISMO[5]
Ci sono stati periodi in cui appoggiavi la testa
sul mio petto, pomeriggi assolati nel lento inverno
di città. Stavi così e piangevi come un’annegata.
Io ti accarezzavo le guance. E ti dicevo di non
pensarci, perché tutto si sarebbe messo a posto.
Mi raccontavi, ma la tua voce era quasi silenzio,
che certe cose non sono capaci di attendere.
La tua era una vita a testa ingiù. Almeno noi due
siamo noi due, replicava il me di quei giorni. Poi,
quelle stesse tue parole ti conducevano alla quiete
di un sonno inquieto. Dopo un po’ appoggiavo
il libro al tuo fianco e ti scostavo. Ti scostavo piano
così da non svegliarti. Raggiungevo il sentiero,
il sentiero quasi invisibile, il sentiero che insegue
la strada ferrata fino agli incolti. Lo misuravo
nei passi – ogni volta che ci andavo. Trecento, trecento
e ventuno, duecento e cinquanta quattro. Ma le finestre
delle fabbriche, e delle case nere – come tizzoni
spenti – aspettavano là, ogni volta, nello stesso numero.
C’era, davanti al sottopassaggio, un vecchio fusto,
un vecchio fusto di ferro – qualche volta
mi fermavo davanti a lui e ci facevo a botte.
Era un buon avversario, uno di quelli che non
si lamentano e stringono i denti. Ogni fibra
del mio essere riverberava – quasi io stessi percuotendo
il timpano del pianeta. Ero, a quel modo, sollevato
dal mondo – potevo sentire il vento sulla pelle,
il vento che in giornate come questa sgombra il cielo
di ogni fardello. E nella città decide delle
nuove distanze di ghiaccio – oggi, ciò che ci è chiaro
è ciò che ci è lontano. Hai ragione, mi dicevo, non
c’è scampo. Tornavo a casa ripetendomi che sempre
lo inseguiamo. È il lavoro – il lavoro che va
da una parte all’altra, senza dirci niente.
Vorrei che andassimo assieme nel luogo dove il Bounty
condusse uno scampolo di umanità. Si chiama Pitcairn,
ed è solo una voglia tra le scapole dell’Oceano Pacifico.
Potremo starcene su quell’isola per un po’, o per sempre.
La grigliata di pesce ti è sempre piaciuta parecchio
e hai sempre detto che la faccio bene.
Qualcuno dei nostri amici prima o poi ci raggiungerebbe,
di questo stanne certa. E allora saremmo
in buona compagnia – per attraversare il territorio
della vita. Il pomeriggio il cielo si stenderebbe come
una vela e noi ci schiacceremo nell’erba allo stesso modo
dei rospi che prendevi con il retino quando
eri bambina. Il mare farebbe i suoi esercizi
di stretching davanti ai nostri occhi e, dopo
essersi infranto, tornerebbe lo stesso di sempre.
La mansuetudine trarrebbe un nodo solo
dai lacci delle nostre scarpe e a quel modo
ci farebbe inciampare, ci ricorderebbe la vita
con un trascurabile dolore. Potremmo starcene laggiù,
quasi al di là di tutto, sarebbero anni più felici
che tristi. E di quel tuo pianto rimarrebbe l’estemporaneo
getto dell’ombra, una maschera qualche volta
affiorerebbe dai flutti, mutevoli, fuori
da questa baia, e sarebbe inafferrabile
per i becchi dei grandi rapaci oceanici.
Il poeta crea un racconto dentro la struttura di una poesia e rappresenta un nuovo genere narrativo, dove la narrazione emerge dai versi. Egli costituisce dei microcosmi, che riguardano l’area individuale, relazionale e la società e procedono oltre l’oceano.
Il titolo Esorcismo evoca la funzione terapeutica della scrittura: grazie al rito della poesia ci si può liberare dalla sofferenza, dal dolore che fa annegare e prendersi cura dell’altro. Si dispiega nel testo il rapporto di coppia, con delle valutazioni sulla gestione della rabbia e sullo sconforto che rende impotenti e di cui, a volte, non abbiamo il controllo, ma anche sull’immaginazione che dà speranza e libertà.
Ingredienti necessari per una buona relazione coniugale e per non lasciarsi sopraffare dai problemi dell’attualità.
L’autore sa valorizzare i legami familiari e compone una Dedica a sua nonna, descrive un momento di scambio e intimità, da cui emerge il contatto, il suono della voce ed il dialogo: “pensa che siamo degli atomi tenuti assieme senza un apparente motivo, perché siamo fatti così?”[1]
“Mia nonna mi chiamava tesoro, lipscén
diceva e mi appoggiava una mano sulla testa
e mi diceva che era stanca. Vedi lipscén le stelle
che sono sopra di noi, il cielo – l’universo che
non ha confini pensa – a tutte le cose che ci sono
dentro pensa agli anni che ci separano e pensa
a quante persone, in questo preciso momento,
ed è possibile che sia così – tesoro, lipscén – si
staranno parlando delle stesse cose, e ci sarà una
brutta donna come me che piange dicendo al nipote
cose come queste. Lassù vorticando su delle
pietre azzurre come la terra – che è una pietra azzurra
anche se il suolo è velenoso e non devi mettertelo
in bocca quando fai i tuoi giochi, mi raccomando
lipscén, tesoro, e pensa che siamo degli atomi
tenuti assieme senza un apparente motivo, perché
siamo fatti così? Fatto sta che lo siamo. E che
questi atomi ci saranno sempre, – questi atomi
ci saranno, anche quando io non ci sarò più, –
in questo modo – e non mi potrai parlare né
ascoltare. E non ricorderai più il timbro della mia voce
che ora ti è così familiare, – né questo volto rugoso
con cui ti addormenti. Perché mi sarò fatta cremare.
E mi si potrà tenere in una scatola per le scarpe
se lo vorrai. Ma quegli atomi lipscén, tesoro, chissà
che il tempo non passi per essi a una velocità differente,
che per loro il tempo sia ben poca cosa, almeno
a confronto del nostro. E io, credo, ti aspetterò
in una sala come questa o migliore. E ci sarà un momento
in cui questi atomi si riuniranno e io sarò di nuovo qui
e anche tu lo sarai”
La nostalgia si lega con delicatezza all’umorismo e la morte è una trasformazione, che dà forse la possibilità di incontrarsi di nuovo, in un’altra forma.
Possiamo domandarci cosa perdurerà dopo di noi e ciò che viene trasmesso in EREDITÀ
“Poi parleremo, di quando eravamo ragazzi,
del ricordo delle lotte sulla spiaggia e tra i massi.
La sera, le lingue del nostro fuoco di fortuna
salivano su, fino a lambire il rumore del cosmo.
Le rocce si chiudevano nelle spalle, attorno a noi,
come cheyenne delle grandi pianure, nel frattempo
bevevamo, senza rimorso, la vodka rubata ai nostri padri,
era il nostro modo di sentirci adulti, come se quello
fosse il rimedio – per vivere questa vita. Credo
che il faro sia ancora là, è qualcosa di indiscutibile,
altri giovani conteranno a ritroso i secondi
che li separano da un lampo. Come abbiamo
fatto noi assieme, come abbiamo fatto tutti.
Ora, sulla sabbia qualcuno starà facendo la lotta
ed è per questo motivo che a centinaia di chilometri di distanza
ne stiamo sentendo l’odore e la scossa. La lotta è sempre lì,
e noi così siamo lì e qui allo stesso tempo. Andrà avanti
in questo modo ancora per un bel pezzo –
quando noi non ci saremo più qualcuno andrà comunque
con la faccia nella sabbia e il sangue gli si muoverà lungo
la schiena e nel petto facendogli sentire il marchio della vita”
[…]“Il faro, le figure della nostra giovinezza, non ci appartengono
e non ci apparterranno; loro perdurano, perdureranno”.
Francesco Terzago tinteggia un affresco di vita, indaga lo sviluppo delle relazioni e la fase di passaggio all’età adulta. Il lettore è catapultato in un angolo di mondo, descritto con cura nelle caratteristiche, con ossimori e similitudini, quasi a comporre un dipinto, dai colori col nero a contrasto.
Lo scrittore crea un legame con chi legge, che diventa testimone dell’evento, entra all’interno della poesia e osserva ciò che viene descritto, come se si trovasse lì.
La funzione terapeutica della scrittura si sviluppa dalla capacità di provare empatia, tramite l’immedesimazione, e riguarda l’aspetto catartico generato dalla lettura. “La biblioterapia è una disciplina particolare che contiene la tradizione antica delle lettere, la modernità delle teorie sulla ricezione del testo e l’imprevedibilità dell’arte”[2].
Il lettore si inoltra nel testo e all’improvviso si ritrova all’interno di un percorso evolutivo, che lo induce a riflettere e a considerare nuove prospettive.
È CADUTO SULLA CITTÀ SENZA FARE RUMORE
Quasi ogni giorno andavo da loro, persone
che, ora, per un motivo o per un altro, non vedo più.
Abitavano sopra una piccola impresa di pompe funebri,
le tende sempre tirate erano nere. Percorrevo
strade dove incrociavo altri come me. Mi guardavano
per farmi capire di essere guardato. Non era un problema,
me lo ripeteva sempre mio padre, l’importante è non
fermarsi mai. Io non ho mai conosciuto qualcuno,
dentro a questa vita di strade, che abbia avuto fortuna
o privilegio di farsi una sosta, di frenare la rivoluzione
incombente del pianeta anche se solo per un istante.
Nell’ultimo periodo della mia permanenza andavo da loro
con maggiore frequenza. Erano tutti più grandi di me
ma ognuno di noi faceva parte del progetto,
un cubetto di lego, si sarebbe potuto dire, della stessa rovina;
questo era sufficiente ad avvicinarci. Ci divideva
un tavolo verdastro, l’ultima notte che ho passato in loro
compagnia. Abbiamo giocato a poker i nostri ultimi soldi,
nessuno aveva la forza di dire basta. Parlavamo di tante cose
e tra queste della vecchia che abitava in quella casa
prima che ci andassero loro. Quella casa al primo piano,
sopra all’impresa di pompe funebri. Parlavamo dei pesanti
mobili di legno inscurito dal tempo, i vecchi mobili
che la vecchia non si era portata nella tomba. Alla fine
si lascia tutto da questa parte perché in paradiso
l’appartamento ti viene assegnato, non puoi scegliertelo,
e non ci sono nemmeno le torri di marzapane né i fiumi
di latte e miele che mia nonna mi descriveva quando,
da bambino, avevo la febbre. La vecchia, come in un racconto
di Stevenson, nelle notti d’inverno raschia la pancia del solaio.
I ragazzi si sono abituati a quella compagnia,
così, quando sentono lo scalpiccio dello spettro
per loro è come dormire sottocoperta, cullati nel mare
delle Antille. Il dolore è qualcosa di elastico, questo
è il problema. Abbiamo bevuto vodka secca, l’ultima volta
che sono stato da loro. Vodka secca portata
dalla Cecoslovacchia. Con succo di albicocca
e un po’ di ghiaccio. Ma in quei giorni faceva troppo caldo
per il ghiaccio, si scioglieva nel bicchiere
come burro in una minestra, lasciava una leggera patina
di cloro cangiante – nella luce al neon.
Quella notte è passata in fretta e ho vinto la partita a poker,
il mattino è rotolato fuori da un punto imprecisato del cielo.
È caduto sulla città senza fare rumore. Quando
mi torna in mente quel periodo della mia vita
penso che tutto stia nell’elasticità di esserci, di esserci a metà
e di non esserci del tutto, come stare in bilico sul trampolino,
da questa parte, quasi da un’altra parte, allo stesso tempo.
L’adattamento è una risorsa psicologica necessaria al processo di sviluppo, per trovare stabilità ed equilibrio anche nelle situazioni più difficili.
La raccolta di poesie Ciberneti descrive il rapporto complesso tra lavoro e alienazione: “questo libro rivolge il suo sguardo alle persone che attraversano la società dell’automazione. La società degli “algoritmi sovrani” e delle macchine antropomorfe. Uno spazio in cui il confine tra organico e inorganico non può essere nitido[1]”:
“un improvviso gelo, poi una sensazione, al dito,
di quiete. Il flessibile che gira con stanchezza
proietta il sangue sul pavimento verniciato di verde,
così sul basamento zincato – che sembra
uno sfrigolio led all’apice dei circuiti.
Pulire quando il lavoro sarà finito.
non dici nulla. Prendi il rocchetto
del nastro isolante e stringi la carta assorbente
sulla ferita, incapsulandola. Riaccendi
il flessibile” [2].
“Un paesaggio di robot e d’industria nel quale le necessità del mercato, i ritmi dettati da un monitor, plasmano abitudini di supervisori e operatori e definiscono i confini del loro linguaggio. Queste pagine sono scritte in una lingua piana: quella della produzione, dell’italiano tecnico. La natura, quando compare, è trasfigurata da una percezione sintetica, si mostra attraverso gli occhi di addetti il cui habitat è la fabbrica-metropoli”: [3]
“Al centro di un fegato di chiome nere
c’è l’altopiano, nel mezzo una radura
con erba dolce e acqua che si muove
gialla come burro. Lo scenario è suddiviso
da segni di nuda terra, strisce rosse
come carta abrasiva che si intrecciano
quando le si vede dall’alto: sono le cave.
Avrebbero voluto scendere sempre più giù,
nella roccia, i nostri clienti, rimuovere
metri cubi e metri cubi di materiale,
interrompere la continuità con la dinamite,
estendere il varco con il filo diamantato.
[…]
Oltre cento metri di Buddha
con gli occhi chiusi. Quando e se sarà ultimato, il colosso,
potrà essere visibile solo a poche decine di persone
all’anno, chi giungerà in quel punto
su espresso invito di un ministro. Attorno
alla voragine erigeranno una palizzata
mentre, le fessure tra i tronchi, saranno chiuse
con fango rosso e foglie di banano ancora verdi”[4].
La poesia di Francesco Terzago è relazionale, descrittiva, aderente al reale e calata nell’autenticità dei momenti e dei legami, colti e immortalati in una narrazione che riguarda l’essere umano e i disagi della società.
La persona appare all’interno di un ciclo trasformativo di morte e rinascita, come elemento che fa parte di una forma più vasta, verso cui tendere.
L’autore sviluppa delle riflessioni importati sull’individuo, sulla comunità e sui problemi dell’attualità. Si sta a contatto con il dolore, in maniera evolutiva e catartica, esperendo la funzione terapeutica della scrittura.
Attraverso la poesia Francesco Terzago riproduce dei microcosmi, simili ad archetipi collettivi, necessari per andare lontano e immaginare un mondo migliore.
[1] https://francescoterzago.it/
[2] Flessibile in Terzago F. (2022) Ciberneti, Samuele Editore, Pordenone.
[3] https://francescoterzago.it/
[4] Oltre cento metri di Budda in Terzago F. (2022) Ciberneti, Samuele Editore, Pordenone.
[1] Dedica In Terzago F., (2019) Caratteri, Vydia Editore, Macerata.
[2] Dalla Valle M. (2018) Biblioterapia – storia, modello terapeutico, metodi e strumenti.
[1] È stato nella classifica di qualità dell’Indiscreto con Ciberneti e, grazie allo stesso titolo, nella Selezione del Premio Strega Poesia 2023, per poi comparire in Stregati dalla poesia di PlayBooks, disponibile su RaiPlay (2024).
Ha partecipato al programma di indagine del MiBACT (2020) sulla creatività urbana. Ha collaborato alla realizzazione del MULTI, Museo Multimediale della Lingua Italiana (2022-23), come ricercatore borsista dell’Università di Pavia.
È stato il primo a tradurre le poesie di Ren Hang dal cinese all’italiano. Questo materiale è disponibile su francescoterzago.it ed è stato utilizzato dalla Fondazione Pecci (Prato – 2020) per la mostra: “Ren Hang – Nudi”.
[2] di Francesco Terzago e Dario Pruonto.
[3] https://francescoterzago.it/
[4] https://francescoterzago.it/
[5] In Terzago F., (2019) Caratteri, Vydia Editore, Macerata.


