“Dottoressa,
la prego,
mi sussurri la via d’uscita.
Abbia il coraggio di lasciarsi
appassire
e rinascerà
Girasole”
(V. Giordano, Il mio nome è Narciso)
Valentina Giordano è un’insegnante di lettere, specializzata nel metodo Montessori per la scuola secondaria, è scrittrice e poeta, danzaterapeuta e si sta formando come facilitatrice in Poesiaterapia. Ha partecipato alle finali nazionali di Poetry Slam come vice-campionessa lombarda (2023) e ha scritto la silloge poetica “La conta dei prescelti” (2024)[1].
Tra i testi scritti per la poesia performativa “Il mio nome è Narciso” mette il lettore nei panni di una personalità narcisistica. “Il termine ‘narcisista’ si riferisce a quelle personalità organizzate intorno al mantenimento dell’autostima tramite le conferme provenienti dall’esterno” […] “Per definizione, una valutazione di organizzazione narcisistica di personalità riflette l’osservazione da parte del clinico che il paziente ha bisogno di una conferma esterna per avere un senso di validità interiore[2]” (McWilliams, 2011).
IL MIO NOME È NARCISO
“Disturbo narcisistico di personalità,
ha sentenziato.
So cosa starete pensando.
Eccola là:
la risucchia anime,
la spolpa cuori,
la diavola che cammina.
So che lo pensate,
perché l’ho pensato anch’io,
cosa credete.
Ma infatti io,
ho prontamente fatto notare alla dottoressa che aveva
sicuramente sbagliato
cartella.
Ma dai, ma mi ha vista?
Non sono mica gradassa io
non sono mica carismatica
non sono mica innamorata del mio
riflesso.
Ah ma sa,
mi dice,
ah ma lo sa che il narcisismo è il disturbo
dell’autostima,
mica della gradasseria.
Cioè nel senso che ne ho troppa?
O troppa poca?
Perché io mica la saprei esprimere in chili,
la mia autostima.
Nel senso proprio che il suo peso,
della sua autostima,
mi dice,
oscilla in continuazione.
Immagini che il suo “Io”
vada nutrito
e che il suo cibo siamo noi.
Non noi in quanto carne,
ma noi in quanto occhi che le danno
luce.
Se i nostri occhi si chiudono lei
si spegne,
non funziona
più.
Ah ma quindi è per questo
ah ma quindi è per questo che
ah ma quindi è per questo che io
sento
sempre
mani estranee che sorreggono il mio scheletro?
È che loro,
queste mani dico,
è tutta la vita che mollano la presa
ogni volta che non
brillo.
E quando loro mollano la presa
le mie ossa si sbriciolano alla terra,
capisce?
È questo il narcisismo?
Perché se è questo allora sì,
mi chiami pure Narciso.
[…]Se è non mostrarsi agli altri per il terrore che scoprano che sono
un bluff,
che è tutto finto,
che non c’è la perla al centro
ma solo un rimbombo
sordo.
[…]Ho letto che il nome Narciso,
del fiore dico,
non quello di Ovidio,
deriva dal greco narkào,
«stordisco»,
e fa riferimento al suo profumo inebriante
e che le sue foglie contengono
la narcisina,
una sostanza che può provocare anche
la morte.
No dico, se questa diagnosi qui
è un po’
come essere
quel fiore
lì.
Quel fiore che attrae
stordendoti
e poi ti
intossica.
Quel fiore il cui seme è stato innaffiato
da preghiere di bellezza,
da canti che chiedevano alla terra
petali luccicanti, di una bellezza che
non si spezza al vento e che fa
chinare il capo
a tutti i bulbi nel prato.
allora sì,
il mio nome è Narciso.
Dottoressa,
la prego,
mi sussurri la via d’uscita.
Abbia il coraggio di lasciarsi
appassire
e rinascerà
Girasole”.
Le principali esperienze di sé che fanno le persone diagnosticabili come narcisiste includono “un senso di falsità, vergogna, invidia, vuoto incompletezza, bruttezza e inferiorità, o le loro controparti compensatorie: ipocrisia, orgoglio, disprezzo, autosufficienza difensiva, vanità e superiorità. Kernberg (1975) descrive tale polarità come stati degli opposti, definizione di sé di tipo grandioso (totalmente buone) contrapposte ad altre caratterizzate da inferiorità e svuotamento (totalmente cattive), che sono le uniche opzioni che le persone narcisiste hanno per organizzare la propria esperienza interna” (in McWilliams, 2011).
“Le persone con struttura narcisistica sono consapevoli a un qualche livello della propria fragilità psicologica. Temono di essere messe da parte, di perdere improvvisamente l’autostima o la coesione del sé (per esempio quando vengono criticate) e di sentirsi di colpo nessuno” (Goldberg, 1990 in McWilliams, 2011).
La scrittrice esprime riflessioni che cambiano il punto di vista comune sul disagio: considera le paure e le fragilità che lo costituiscono e crea empatia nel lettore.
Valentina Giordano indaga anche le relazioni familiari e le dinamiche che si svolgono all’interno del sistema della famiglia.
La poesia “Sorellanza mancata” narra il distacco dal proprio ruolo, il verso io alla finestra sottolinea il bisogno di evadere, mentre la “sorella” (intesa dall’autrice come Sorella in generale) ha preso posto a capotavola: ha interrotto la complicità tra di loro per adempiere alla funzione assegnatale:
“Siamo cresciute fianco a fianco.
Ad un certo punto tu hai virato e sei
diventata una bambola di pezza incastrata in gesti
a guisa di cicatrici antenate.
Parlare di aspirapolveri, prezzo della verdura e frigoriferi.
Avere chiaro quando annuire, quando tacere.
Sorridere al momento giusto, con la corretta inclinazione delle labbra.
Io guardo la mia sedia vuota e mi chiedo quando
è accaduto.
Hai preso prepotentemente posto capotavola, io alla finestra.
Mi sono distratta? Hai svoltato all’improvviso?[1]”
L’obiettivo principale di una psicoterapia di orientamento sistemico relazionale è “quello di connettere ed integrare le differenze in forma più armonica, perché ciascun componente della famiglia possa esprimere liberamente il suo modo di appartenere ad una storia comune, mantenendosi in equilibrio con la sua esigenza di differenziarsi, di cercare la propria strada nel mondo[2]” (Ruggiero, 2023).
Il processo di differenziazione dalla famiglia di origine comprende lo sviluppo della relazione da persona a persona, che aiuta a riconoscere e cambiare i vecchi modelli[3] (Bowen, 1979). In una famiglia con dinamiche disfunzionali “la mancanza di autonomia, espressa dall’impossibilità di mutare i ruoli nel tempo, spinge i membri a coesistere solo a livello di funzione: mantenere costantemente una distanza di sicurezza o determinare al contrario rapporti fusionali sono i comportamenti più comuni in questi sistemi, dove si confonde l’individuo con la funzione che svolge. La protettività, l’indifferenza, il rifiuto, la vittimizzazione, la pazzia divengono prima attributi individuali costanti e poi ruoli stereotipati per un copione sempre uguale[4]” (Andolfi, 1982). La differenziazione di un membro è vissuta come un atto di indipendenza e quindi di tradimento, perché ci sono delle lealtà familiari invisibili da rispettare[5](Boszormenyi-Nagi, 1998). Boszormenyi-Nagi (1998) descrive le lealtà familiari invisibili, una forza per la quale ogni membro è fedele all’altro e non si può differenziare: chi si distingue è considerato come un traditore del sistema familiare.
Il distacco dallo svolgimento di un ruolo può far emergere un iniziale senso di vuoto perché l’identità va ricostruita nuovamente:
“Io sono il nulla.
Un gatto mi cammina addosso.
La superficie di un lago quando piove.
Perché, padre?
Mi hai fatto ammalare di me.
Un palco completamente bianco io al centro.
Un microfono spento.
Madre, com’è stato amarlo?
Io sono il nulla. Le vostre pupille.
Il suono raschiato del primo secondo di un disco che gira[6]”.
Ruggiero considera i legami “strutture portanti del sistema familiare, che hanno il compito di legare insieme vite e destini, fra vincoli ed opportunità, tra processi di appartenenza e spinte e differenziative”. La sua ipotesi riguarda “il tessuto stesso dei legami familiari, le ferite, antiche recenti, lo sforzo che ciascun membro compie per prendersene cura e portare avanti il suo progetto di differenziazione, tra mandati generazionali e desideri individuali, riconoscendo quello che appartiene a sé e quello che invece riguarda gli altri, genitori, i nonni, gli antenati” (Ruggiero, 2023).
Valentina Giordano indaga la ricerca dell’identità e i processi di individuazione/separazione anche nella silloge poetica “La conta dei prescelti”, ispirata alla figura di Penelope:
“Non saprei come spiegare chi sono in questo alfabeto che è ormai usurato. Non sono più la figlia di mia madre ma non ancora la madre di me stessa. Che per essermi madre devo di certo prima trovarmi. Non sono di nessuno, men che meno di me stessa. Posso con certezza dirvi che non sono proprio per niente quello che vi racconto di essere”.
La protagonista vuole scoprire la propria personalità, al di là dei ruoli familiari e di genere, e superare il conflitto tra apparire ed essere. Penelope sembra rappresentare metaforicamente la crescita, il passaggio dall’adolescenza all’età adulta.
Attraverso il confronto con l’altro è possibile sperimentare nuovi aspetti di sé:
“Per tutti i baci
e tutte le labbra per cui non
c’è un dizionario. Per tutti
i baci fermi in testa e
a cascata negli occhi.
Per tutti i baci a cucchiaio
nel mio conoscere solo il
sì. Per tutti i baci
a dormire nel tuo
palato e che bagno mentre si serrano
le palpebre”.
[…]“Sei tu, Ulisse?
prego per
accelerare il tuo
sguardo.
Incidi con
lingua forbice
il contorno del tuo”.
La scrittrice descrive un processo terapeutico nel quale si riempiono dei vuoti; gli obiettivi prefissati servono a rintracciare una motivazione che aiuti nell’attesa e dia una struttura contenitiva del sé:
“Penelope immagina il corpo di Ulisse vivo.
Penelope immagina il corpo di Ulisse morto.
Penelope sgranocchia una ad una le sue unghie.
Penelope inspira.
Penelope espira”
[…]“Penelope attende che il sole la scaldi e intanto tesse la sua armatura.
Ricuce il suo sorriso punto e croce e si dice:
Manca poco”.
L’autrice approfondisce la tematica del femminile, in relazione ai ruoli familiari e di genere e anche con l’altro sesso. La sessualità femminile viene intesa come cavità attraversata da agenti esterni e il corpo della donna subisce la richiesta di aprirsi, sformarsi ed accogliere per poi essere nuovamente svuotato:
“Sono stata un corridoio.
Vite non pronte attraversarmi il ventre
e vomitarsi fuori.
Una bulimia del trapasso[7]”.
La poesia di Valentina Giordano è composta dai binomi vuoto/pieno, essere/apparire,
femmina/maschio e pone al lettore dei quesiti: cosa significa essere donna o uomo oggi? Come svincolarsi dai ruoli familiari e costituire la propria identità? Come trasformare le relazioni intime?
La poeta raffigura i disagi sociali dell’attualità: la solitudine, la paura di essere inadeguati e di perdere ciò che si sta costruendo, che tutto scivoli via.
Tramite la poesia viene proposto un nutrimento interno, l’importanza del legame con l’altro e di esprimersi liberamente, fuori dai ruoli assegnati e dai vincoli della società. Differenziarsi, separarsi, sperimentare se stessi costituiscono i passi di un percorso evolutivo, nel quale la scrittura svolge una funzione terapeutica. Scrivere permette di cogliere e fermare gli stati d’animo e, come Penelope, di stare nell’attesa, nel vuoto, in un tempo sospeso (come quello della terapia), nel quale capire quale persona diventare.
[1] Giordano V, Sorellanza mancata.
[2] Ruggiero G. (2023) Prove d’orchestra, la natura musicale della psicoterapia, Alpes, Roma.
[3] Bowen M. (1979), Dalla famiglia all’individuo, Astrolabio, Roma.
[4] Andolfi M. (1982), La famiglia rigida, Feltrinelli Editore, Milano.
[5] Boszormenyi-Nagi I., Spark Geraldine M. (1988). Lealtà invisibili: la reciprocità nella terapia familiare intergenerazionale, Astrolabio, Roma.
[6] Giordano V. Io sono il nulla.
[7] Giordano V. Sono stata un corridoio.
[1] A cura di Tommaso Di Dio (Zacinto Edizioni), pubblicata nell’antologia “La poesia che si fa città, vol. 2”. La stessa silloge risulta finalista nella sezione “Silloge inedita” del concorso nazionale di poesia e narrativa Guido Gozzano (2024).
[2] McWilliams N. (2011) La diagnosi psicoanalitica, Astrolabio, Roma.


