“Non voglio morire –
nella stanza non avevo il coraggio
di urlare: sono qui,
non è la fine”
(M. Silla)
Michela Silla è nata a Cagliari nel 1984, è laureata in Lettere e ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Filologia, Letteratura italiana e Linguistica.
È attiva nel panorama culturale e artistico di Firenze, dove cura la rassegna poetica Il prodigio della lingua nella poesia.
I suoi testi sono presenti in alcune riviste letterarie e ha pubblicato le raccolte di poesie Limpida a guardare (Transeuropa Edizioni, 2022) e Cosa c’è di vero nelle città di mare (CartaCanta Editore, 2024), che si ispira alla sua terra d’origine.
L’autrice descrive luoghi che si distinguono per la luminosa essenzialità, illuminati (dal sole, dalla luna, dagli sguardi), e mette in primo piano figure di madri, figli, passanti o incontri dolenti, che integrano la sofferenza con la speranza.
Partiamo dalle città di mare: “luogo centrifugo, luogo dell’impermanenza, dove sembra sempre di respirare il presentimento di una imminente partenza” […] “E se si vogliono nominare due fonti dell’universo poetico di Michela Silla, sono la luce e il vento. In comune hanno quella spinta centrifuga della quale si parlava poc’anzi, che partorisce una sintassi mai rigida, sempre pronta a dissolversi, a risolversi in parola isolata, isolana” (S. Albisani, Prefazione al libro).
La raccolta poetica è divisa in quattro sezioni, dai titoli suggestivi: La notte non crede alla fine, Vicino al frastuono, L’impensato, il figlio e Il cielo è fermo, che sviluppano temi diversi, accomunati dalle descrizioni della natura, dall’importanza delle relazioni e dell’esistere per ricercare… qual è il senso della vita?
Estate airone
estate volo notturno
da quale taglio nel buio
arriva la luce?
E quando voci accalcate
dai bar, dalle gelaterie
la sera abbassano il volume
e si diramano nelle vie
resta un’eco stanca
e tepore sui muri
per la vita piena
la vita tutta,
sembrava niente.
Suoni e immagini si miscelano per rappresentare i legami (con gli amici, con i familiari, con gli estranei), suggellati dall’impatto o dal contesto della natura sottostante, ora presenza principale ora sfondo, che accompagna stati d’animo e
JANAS[1]
C’è sempre vento, i tetti bassi
sotto il cielo aperto e vasto
si inchinano
davanti a chi è rimasto
in questa terra di azzurro e malìe;
il mare chiama,
ma la città è campo vuoto
ferito dal sole
che scava muri di case invecchiate.
Dove sono ora le fate,
i canti di sirene, le foreste?
Non torni più, non torni più
se segui la voce di fata o strega –
l’onda alta sui telai d’oro;
e puoi vedere o fuggire
sembra dire la voce.
Vuoi vivere o fuggire?
Soffiate ancora,
Janas dalla pelle chiara
quasi trasparente,
su fronde di querce
stelle gigantesche
sulle teste di chi vuole vedere
e cerca senza paura
l’allegria che tuona,
coraggiosa e dura.
La natura è narrata nei propri elementi, ma anche animata e in contatto diretto con le emozioni:
Canta la tempesta, si disperde
un attimo nell’aria di Levante
prima che il tuono esploda
e ci liberi davanti al mare scalzi,
bianca sabbia di luce.
Terra che tutto ricuce
sollevando il tuono che urla in gola
divora
bentu e sali bentu e sali
terra de bentu e sali
quando il sole piange l’oro
e poi va via,
i nuraghi prendono il buio
e una folle beatitudine
sbatte contro le tempie,
sono tua.
La terra d’origine emerge nella scelta di versi in dialetto e degli agenti atmosferici caratteristici: “le poesie di Michela Silla sono di costa e di ventosità. Non poteva esser diverso, vista l’isola dalla quale viene. Ma lo sono anche per una disposizione dell’anima” […] Sono figure amate – il figlio, innanzitutto – incontrate, intraviste, e momenti che mostrano di essere città di mare”[2] (D. Rondoni, 2024):
Vortica su se stessa
veloce di vento in mezzo alla piazza,
gonna bianca a pois –
una foto in bianco e nero.
Mi chiedo cosa ci sia di vero
nelle città di mare.
La luce cade a terra,
qualcosa nasce dalle dita
che si muovono nell’aria mentre danza.
“Mi pare che questo senso abbagliante di luce, questo dire tagliente come le asperità della roccia modellata dal vento e non dalle mani dello scultore, questa percezione della realtà consumata dalle onde salate (e quanto spesso si insiste sul bianco!) resistano negli occhi e nella voce di Michela anche quando essa è lontana dalla sua terra e parla del presente piuttosto che dell’infanzia. Forse si può azzardare nel rispondere alla frase che dà il titolo alla raccolta riconoscendo che nelle città di mare c’è – quasi un paradosso – la perennità del mutamento, ed è nella perennità del mutamento che si apprende che nulla si perde” (S. Albisani, Prefazione al libro).
I rapporti familiari sono centrali nella poetica di Michela Silla e resistono alla “perennità del mutamento”, cioè mantengono una continuità anche nelle ambivalenze e nei cambiamenti, sono legami che non muoiono, nonostante le difficoltà:
Mamma, il rossetto allo specchio
e papà che correva a cercare
chissà cosa o scordare;
ma lo so, volevate restare e fuggire
padre e madre
di una delle vite possibili
inadatti e splendidi.
Sappiate che è bastato
sopra tutto
amare.
Con pochi tratti essenziali, i versi delineano ciò che avviene dietro le mura di casa, dettagli domestici, attimi di vita colti nel loro sviluppo: “restare o fuggire?”.
Michela Silla sviluppa il tema della maternità e ciò che significa diventare genitori, tra paure e attese, nel contesto delle transazioni e dei distacchi, necessari per crescere:
Arriva la voce dal buio che non so
quando chiami: mamma – unica parola
unica corda a cui aggrapparti;
ma si infrange l’ultima vocale
la tua a finale
insegue l’alba
tra miracolo e morte.
Poi mi tocchi,
salvo?
La poesia di Michela Silla corrisponde all’ottica sistemica relazionale, privilegia l’incontro con l’altro e la relazione è rappresentata come un ponte tra le terre, tra le diversità delle persone. I legami familiari e trigenerazionali hanno un posto centrale e sono immortalati nel tempo, come in un quadro:
A mio nonno
La sedia gialla,
il gelsomino dalle case;
nell’ombra le mani,
piccoli fiumi di vene azzurre.
La notte non crede alla fine.
I rapporti di amicizia sono considerati di “sorellanza”, definita con l’espressione sorella destino, vicinanza che sopravvive alla distanza fisica e agli uragani in arrivo:
Hai sulle ciglia l’oro dell’alba,
sorella destino, sempre troppo
lontano
vicino al frastuono
dell’uragano prima che arrivi
e cadano le braccia lungo i fianchi,
sola accanto a me
chilometri più in là.
Michela Silla presenta i poli relazionali vicinanza/distanza, presenza/assenza, interno/esterno e utilizza la poesia per fotografare situazioni accadute o viste per strada, intorno a lei:
Fuori servizio il bus
la birra abbandonata
dal ragazzo apache,
la borsa zebrata;
anche l’alba
fuori servizio nella nebbia
non si sa svegliare.
Sono accese le luci di Natale.
Ciò che osserva viene tradotto con gli occhi della poesia e un posto speciale viene riservato all’adolescenza:
Gambe incrociate
sulla sedia di plastica,
collanina nera a incroci
stretta intorno al collo;
di porpora i capelli
nell’elastico di stoffa,
la mossa goffa
quando cerchi la sua mano
e ridi, ragazzina,
muovi la vita intorno.
La scrittrice, con pochi versi scelti, comunica disagi e conflittualità e celebra la vitalità della scrittura, nella sua valenza terapeutica:
Ti ho vista per strada,
avrei potuto fermarti
confidarti
che ti ho scritto una poesia.
Che cosa vuoi che sia! –
mi avresti risposto,
l’alito d’alcool, il perdimento.
Sono a pezzi anch’io
(ti ho detto una bugia);
scorre, scorre la mia poesia.
Il dolore è evocato, la vita viene mossa, la poesia scorre. La scrittura oltrepassa il malessere e rispecchia la ricerca di qualcosa di più: il rimanere presenti, attenti, curiosi, predisposti all’altro, anche quando sfugge il senso delle cose:
Non vinceranno
la foglia secca sul ciglio della via
o i muri grigi di periferia,
ma l’abbraccio, la preghiera,
l’odore del pane,
la dolcezza della sera;
la mattina presto l’aria pungente
che dice: sei ancora qui
e non hai capito niente.
La scrittura è costituita da rive e aperture verso il mare, nel significato metaforico di confine e vastità: sporgersi verso colui che è diverso, o distante, permette per avvicinarsi ad esso, raggiungerlo e conoscerlo. Spingersi dal litorale verso il mare aperto significa affrontare il cambiamento, l’ignoto, ciò che spaventa.
Michela Silla utilizza una poesia che cerca, crea delle connessioni e si inoltra in oceani sconosciuti per scoprire qualcosa di nuovo e rappresentarlo in versi.
[1] Le janas sono una delle più famose figure mitologiche tradizionali della Sardegna. Comunemente intese come fate, di piccola statura, dai tratti delicati e capaci di volare, in alcune aree dell’isola erano invece viste come donne di statura normale e dai poteri magici.
[2] Rondoni D. (2024), copertina del libro.


