A PASSO DI DANZA SCENDERE LE SCALE*
Alice e Elen Kessler
Alcuni giorni fa abbiamo appreso della morte, volontaria e programmata, di Alice ed Elen Kessler, meglio conosciute come le Gemelle Kessler. Mi sono trovata a riflettere su questa vicenda in quanto più di un paziente ne è stato turbato nei giorni successivi.
La domanda che mi sono posta inizialmente è stata proprio sul perché la decisione di queste due donne avesse attivato (e turbato) molte persone e l’opinione pubblica suscitando un grande clamore mediatico (prontamente scomparso dopo un paio di giorni). Certamente la notorietà delle due donne, personaggi ben conosciuti nel panorama italiano dello spettacolo, del balletto e della tv e, nello specifico, di quello che si chiamava il Varietà. Io stessa ne conservo un’immagine nitida nella memoria.
Attenzione e delicatezza sono d’obbligo nel formulare un pensiero, per via di quell’area insondabile e di mistero che risiede nell’approcciarsi ai territori della psiche e, in più, nel non conoscere direttamente la vita e, soprattutto, l’esperienza interna di Alice e Ellen.
La stampa si è concentrata molto sull’elemento della morte volontaria, elemento d’impatto emotivo ma fuorviante, così che la vicenda è diventata in un attimo fatto politico.
Come psicoterapeuta ho ripensato ad alcune volte nelle quali ho incontrato il dolore muto, non condivisibile, non consolabile. Quel dolore pensato come non superabile, che scatena l’abisso. Ho pensato a quanto una persona possa sentirsi profondamente disarmata e senza appiglio alcuno (esterno-affettivo o interno-psicologico) nell’affrontare, anche solo nell’immaginazione, la perdita di una persona amata – laddove quest’ultima è sì presenza affettiva ma è anche cardine centrale per la propria esistenza.
Se il senso di Sé nel mondo è indissolubilmente legato alla presenza dell’Altro, allora il vivere oltre l’Altro può apparire impossibile e intollerabile.
La perdita di una figura affettiva primaria (un legame di attaccamento potremmo dire), con la quale si è condivisa l’intera esistenza può rendere la vita priva di senso e significato? Ho pensato allora al senso dell’esistere.
Basta venire al mondo, respirare, camminare, parlare, pensare per “esistere”? No, certamente.
Si esiste nello sguardo dell’Altro, e questo ce lo hanno raccontato la psicoanalisi, i teorici dell’attaccamento e quelli della infant research, oggi confortati dai risultati della neurobiologia in materia di intersoggettività.
Potremmo aggiungere che si esiste anche se e solo se l’individuo compie un processo completo di individuazione differenziandosi dalla propria famiglia di origine e dai numerosi e invisibili vincoli di lealtà in essa contenuti, in profonda continuità tra passato e futuro, evolvendo e pur mantenendo una coerenza interna.
*Titolo ispirato a un verso della canzone di Francesco Guccini, Farewell: “[…] a passo di danza salire le scale”.
Si esiste e si diventa individui attraverso lo sviluppo di una propria identità e di un maturo e completo senso del Sé, quello che alcuni autori psicodinamici definiscono processo di Soggettivazione del Sé.
Alice e Ellen sono gemelle per sempre, sono nate – e morte – insieme, dall’utero alla tomba. La gemellarità è certamente una variabile che influenza (inevitabilmente) il loro entrare nel mondo (involontario) e poi dopo il loro stare (volontario) al mondo. E forse il lasciarlo (ugualmente volontario).
I gemelli condividono l’ambiente uterino e questo rimane un fatto unico e speciale che li caratterizza e differenzia da altri individui. Per loro non c’è quell’esperienza di “solitudine” nell’utero materno – che poi non è una vera e propria solitudine, perché l’utero è sempre e inevitabilmente relazionale mettendo in costante dialogo nemmeno troppo silenzioso madre e bambino attraverso l’interconnessione dei loro corpi e di ciò che accade al loro interno. E a proposito di corpo, la prospettiva attuale neurobiologica afferma che l’idea di Sé si radica nel corpo, nella sensorialità e nelle prime interazioni di un neonato (o di un feto!). Ed è sul piano prima di tutto corporeo che i gemelli vivono un’esperienza unica di prossimità e contatto con l’Altro. La ricerca recente racconta di interazioni tra gemelli già nelle prime settimane di gravidanza. Il gemello sa (attraverso il corpo) che lo spazio abitato è condiviso.
Il corpo è stato sempre al centro nella vita di Alice ed Ellen, attraverso il ballo. Ma quale corpo? Nella mia mente scorrono le immagini di loro due che ballano in una sintonia perfetta, una coreografia di due corpi che diventano uno, come una figura unica che si muove nello spazio, lo abita elegantemente e armoniosamente a quattro braccia e quattro gambe. Tuttavia, un’immagine quasi “aliena”.
In psicoterapia potremmo interrogarci se all’interno di una coppia di gemelli, il singolo riesce a sentirsi separato (differenziato) e intero (e integro, aggiungerei, senza il gemello o la gemella).
Riesce a pensarsi così? O ciò diventa motivo di angoscia, di senso di sperdimento e caduta nel vuoto (di senso)? Queste, a mio parere, le questioni implicate.
Talvolta può accadere che alcuni gemelli sviluppino un senso del Sé “condiviso” come esito di una mancata individuazione e con lo sviluppo di assetti relazionali fusionali. Ma questa è solo una delle possibili traiettorie di sviluppo laddove un compito evolutivo dell’individuo (e della sua famiglia) si è arrestato. Conosco molti gemelli ben differenziati senza un legame simbiotico, pur conservando una grande sintonizzazione affettiva e mentale (e forse sincronizzazione corporea?). Così come ho in mente gemelli con aspetti competitivi e talvolta aggressivi dove la differenziazione diventa una lotta per la sopravvivenza, dell’esistere appunto.
Ci è dato sapere, dai loro racconti, che Alice e Ellen hanno avuto un’infanzia caratterizzata da traumi relazionali importanti: i lutti dei fratelli, un padre violento, la fuga dal proprio paese. Traumi che sempre necessitano di rielaborazione che può durare un’intera vita e, altre volte, passa come compito silenzioso alle generazioni successive (quello che chiamiamo mandato o eredità transgenerazionale). Questo mi riporta sul lutto e sulle elaborazioni “impossibili” andando a impedire di fatto lo sviluppo di un’autonomia psichica per poter vivere e, pensando alle gemelle, sopravvivere nel mondo senza l’Altra.
Concludo condividendo l’aspetto che più mi ha colpito e profondamente “intenerito” rispetto alle volontà espresse dalle due donne: il desiderio di essere sepolte nella tomba con la propria madre, nella stessa urna. Riunirsi con la propria madre amata. Come il ritorno a un nucleo originario e integro (e senza uomini forse). Il nucleo dell’inizio? Forse un ritorno in utero? La tomba come luogo sicuro che “contiene e custodisce”, dove allora la morte non rappresenta più la fine ma proprio il suo contrario, l’inizio di una nuova vita. E forse si è trattato anche dell’ultimo atto di una piena autonomia decisionale, rivendicata e difesa per un’intera vita, perché nessun altro al mondo potesse decidere per loro, in assenza dell’altra. Forse il loro grande sodalizio stava anche in questo. Oltre che nell’armonia perfetta e allegra dei loro pas à deux, anzi à quatre.
Donata Milloni
Psicoterapeuta, Didatta esterno IAF.F
Bibliografia
Gallese V. (2013). Corpo non mente. Le neuroscienze cognitive e la genesi della soggettività e dell’intersoggettività. Educazione Sentimentale, 20 (1): 8-24.
Ponsi, M. (2014), Report su intervento come Discussant nel panel “Configurazioni della mente nella teoria e nella tecnica”, Scaricabile dal Sito Web http:// https://www.spiweb.it/eventi/ponsi-m/
Ammanniti M., Ferrari P. F. (2020). Il corpo non dimentica. L’io motorio e la relazionalità. Milano, Raffaello Cortina Editore.


