“L’amore […]
è saper affrontare la verità,
anche quando fa male.
È scegliere di restare,
invece di fuggire”
(V. Pestelli, Per amore)
Vanni Pestelli vive a Bruxelles, ma le sue radici e la sua immaginazione restano nella città dove è nato e cresciuto, Firenze, che fa da sfondo ai suoi romanzi.
Autore della serie noir con protagonista l’ispettore Lapo Moretti, ha esordito con Lo sguardo del peccato (2023), cui ha fatto seguito Per amore (2025).
Il suo stile mescola tensione investigativa e introspezione psicologica, raccontando una Firenze elegante e oscura, dove ogni verità è sempre incrinata da una zona d’ombra. Con una scrittura nitida e malinconica, l’autore costruisce storie in cui la verità non redime mai, ma illumina, per un attimo, chi ha il coraggio di guardarla e di conoscerla.
Nei suoi romanzi i delitti sono il punto di partenza per indagare le fragilità umane: amore, colpa, fallimento e solitudine.
Per amore esplora le relazioni affettive e le molteplici sfaccettature dei legami, in un’ottica sistemica relazionale. Quale è il limite oltre il quale ci possiamo spingere? E fino a che punto siamo capaci di arrivare in nome dell’amore per l’altro?
Il racconto di Carver Di cosa parliamo quando parliamo d’amore pone delle riflessioni sul vero amore: è quello che ti porta a fare pazzie oppure quello che gioisce anche di un solo sguardo in vecchiaia?
Vanni Pestelli sviluppa il concetto di amore, mentre l’ispettore Moretti si evolve emotivamente di pari passo alle indagini.
“Figura taciturna e instancabile, che delle parole faceva parsimonia e delle crepe nell’animo umano il suo territorio d’indagine”[1].
Le angosce e le riflessioni dell’Ispettore diventano quelle del lettore, in un processo di identificazione ed empatia: a volte è difficile accettare la morte, soprattutto quando arriva in maniera inaspettata. Quale è il legame tra amore e morte? E come si comunica ai genitori della vittima una perdita così drammatica?
“«Se scoprite qualcosa, qualsiasi cosa, vi prego di farcelo sapere». Moretti si strinse nel trench, poi fece un cenno col capo. Uscì dalla villa col passo lento di chi porta addosso, oltre alla responsabilità, anche il peso muto della sofferenza altrui”[2].
Attraverso lo sguardo dell’Ispettore ci addentriamo nel dolore, conosciamo i personaggi e sospettiamo del colpevole.
Il lettore spazia in una ricerca fatta di indizi ed esclusioni: “«Gaia era coinvolta?», chiese il commissario. Moretti scosse il capo. «Non ci sono elementi per affermarlo. Anzi, da quanto ci hanno riferito, sembrerebbe che fosse estranea a quel giro. Ma è una pista che potrebbe rivelarsi importante, e a mio avviso vale la pena batterla»[3]”.
I personaggi sono accuratamente descritti nelle caratteristiche fisiche e psicologiche: “A Moretti, Leonardo Ciolli ricordava la brutta copia di un cantante di una nota band italiana del panorama alternativo. I capelli lunghi, ma trascurati. Lo sguardo smunto, la camminata incerta. Magro, molto magro, e privo di qualsiasi slancio vitale. Quando strinse la mano ai due poliziotti, mostrò subito una certa apprensione: le dita erano fredde e umide, e l’espressione non lasciava trasparire alcuna gioia di vivere. Alto, andatura rigida, occhi spenti”[4].
I protagonisti si trovano in un continuum tra desiderio e incapacità di amare e si spostano sui poli vicinanza/distanza, segreto/verità, inadeguatezza/risorsa: vivono pentimenti, inquietudini e incomprensioni, alla ricerca di un contatto e di un equilibrio nei sentimenti. “Mirco faceva ruotare il cellulare tra le dita, nervosamente, come se cercasse di scaricare un’energia che non trovava sbocco. Lo sguardo, teso e scuro, vagava senza pace. Poi aprì WhatsApp, dove la chat della classe era una raffica continua di messaggi. Shock, incredulità, ipotesi tirate a caso. Qualcuno parlava di serial killer, altri si sforzavano di mantenere la calma. Nessuno sapeva nulla. Ma tutti volevano dire la propria”[5].
Tra i personaggi principali emerge Rebecca, che viene ben definita negli aspetti interiori “non riesco a piangere. Non ci riesco, davvero. Forse perché le lacrime le ho finite. O forse perché questo dolore… non è dolore. È qualcos’altro. Qualcosa che non ha nome. Una miscela sporca di vuoto e sollievo, di panico e libertà”[6].
I protagonisti sono caratterizzati da un profondo spessore psicologico e mostrano un segreto, un disagio esistenziale che li contraddistingue e soprattutto una sofferenza, spesso anestetizzata o evitata.
“Le vetrate riflettevano l’ombra sfocata della città, sporche di condensa e fumo, testimoni silenziose del caos ordinato che si consumava al loro interno. La musica batteva ritmi veloci, ossessivi, vibrando nei corpi sudati e frenetici degli ospiti. Nessuno ascoltava davvero, ma tutti ne seguivano l’impulso. Erano lì per dimenticare qualcosa: un dolore, una delusione, forse soltanto la noia di una vita ordinaria”[7].
Il contesto è quello di una Firenze nebulosa, che dall’alto segue lo svolgersi delle indagini, e il clima atmosferico sembra riflettere gli stati d’animo dei protagonisti.
“L’ufficio di Moretti sembrava immerso in una penombra grigia. Fuori, Firenze pareva sonnolenta sotto il cielo plumbeo di novembre, una sfumatura che rifletteva alla perfezione l’umore dell’ispettore, seduto alla scrivania”[8].
Le descrizioni della città sono costituite da immagini evocative, che ricordano una prosa poetica, e ci mostrano un altro volto di Firenze, meno conosciuto, quello notturno e nascosto dietro la facciata del suo incommensurabile patrimonio storico e artistico.
“La città, a sera, sembrava fermarsi. Tirava il fiato, come facciamo noi quando rincasiamo dopo una lunga giornata di lavoro” […] “le forme disegnate con grazia dai fasci di luce dei lampioni, creavano una cornice solenne e intima insieme. Al centro, l’Arno: sonnolento, si lasciava cullare, come se anche lui, dopo tanta bellezza, non avesse più fretta di arrivare”[9].
Un tema centrale del romanzo, esplorato attraverso la figura dell’ispettore Moretti, riguarda il rapporto complesso tra verità, legalità e giustizia.
“Per un istante si sentì svuotato. Come se l’impianto dell’indagine si fosse incrinato sotto il peso di un dubbio personale. E in quel dubbio, scomodo e necessario, riconobbe la fatica vera del suo mestiere: non solo il compito di trovare la verità, ma anche quello, ben più difficile, di accettarla, quando metteva in discussione le proprie convinzioni”[10].
Cosa significa per l’Ispettore scoprire la verità e rendere giustizia?
“La legge, pensava, non è la giustizia. La giustizia ha un volto. Ha odore, voce, occhi. A volte trema. A volte urla. A volte tace troppo. A volte la si può riconoscere. Odiava quella giustizia che si rifugiava nei codici. Che si copriva con i regolamenti per non sporcarsi le mani con la realtà. La verità era un corpo vivo, e non stava mai tutta dentro un fascicolo”[11].
Quale è dunque la corrispondenza tra giustizia legale e giustizia morale?
“Moretti tacque. Non era lì per accusare. O forse sì, ma ormai non c’era più niente da incastrare. E allora, perché quel fastidio non si spegneva?” […] «È questo il suo problema, Ispettore. Lei non crede che qualcuno possa essere semplicemente… superficiale. Lei ha bisogno che dietro ogni comportamento ci sia un dramma, una ferita, un colpevole. Ma a volte, la verità è che non c’è nulla da cercare. Sono solo un uomo che vive come vuole. E questo, per alcuni, è già un crimine»[12].
Spesso i due tipi di giustizia non coincidono ed il lettore, insieme all’Ispettore, si interroga e sperimenta fastidio, angoscia, disorientamento per azioni umane moralmente discutibili, ma non perseguibili legalmente.
L’autore inoltre utilizza l’umorismo per creare un effetto catartico, necessario per rendere sopportabili il dolore e lo spaesamento interiore dei personaggi.
Anche in terapia l’umorismo è un elemento importante per sdrammatizzare la tensione e permettere il contenimento della sofferenza e una adeguata rielaborazione.
Il romanzo approfondisce il tema dell’amore nelle sue molteplici forme e declinazioni, così come vengono vissute ed espresse dai personaggi: «Essere innamorati non è un movente, Ispettore! È un tormento. È un buco che si allarga dentro, ogni giorno di più”[13].
Quanto è difficile costruire una relazione fondata su scambio e fiducia?
“Un sussurro gli sfuggì dalle labbra: «Per amore. Tutto questo… è stato per amore. Anche quando non lo sapevo». Poi chiuse gli occhi. E per la prima volta dopo tanti anni, restò solo. Completamente solo. Con sé stesso. E con il vuoto che aveva costruito. Giorno dopo giorno. Tradimento dopo tradimento. Perché l’amore, se non sai viverlo, non ti salva. Ti lascia. E ti dimentica”[14].
Quanto avvicinarsi o restare distanti? Come rispettare il confine dell’altro?
E qual è il prezzo affettivo del mantenere una distanza emotiva “di sicurezza”?
«A forza di proteggerci, ci ritroviamo così. In questa solitudine che abbiamo imparato a chiamare rifugio. Una zona di comfort, talvolta una piccola prigione di malinconia, che protegge dal rischio più grande: quello di amare davvero, o di essere amati. Ci fa credere di stare al sicuro, ci allontana da tutto ciò che potrebbe farci male, ma anche da tutto ciò che potrebbe salvarci»[15].
Allora di che cosa parliamo quando parliamo d’amore? Come gestire il malessere che scaturisce da relazioni sbagliate?
“Firenze, immobile e quasi solenne, li guardava andare via. Le sue pietre, i suoi palazzi, i suoi vicoli erano stati testimoni di una ferita che nessuna sentenza avrebbe mai guarito. E in quell’aria ferma che sapeva di pioggia si diffuse l’eco di una verità che tutti, prima o poi, avrebbero imparato a conoscere. Amore. Una parola semplice ma che, a volte, si rivelava essere la più difficile da sostenere”[16].
Sulle note dolenti del testo il lettore si interroga sul significato della vita, della giustizia e dei rapporti sentimentali e interpersonali.
Il libro offre molti spunti di riflessione, pone delle domande ma non fornisce risposte prestabilite: spetta a chi legge trovare il proprio punto di vista.
Alcuni personaggi mostrano difficoltà relazionali, ma anche il desiderio di un cambiamento, ricordandoci come, a volte, la morte possa arrivare all’improvviso, rendendo difficile trovarne il senso.
Si può morire in maniera assurda, lasciando dietro di sé panico e solitudine, e soprattutto il peso di un dolore e di una responsabilità difficile da condividere, soprattutto per chi di mestiere si fa garante della giustizia.
“Salì in macchina, ma non accese subito il motore. Restò fermo con le mani sul volante a fissare il parabrezza, come se aspettasse un segnale, una parola. Poi avviò il motore. Il rombo spezzò il silenzio. E mentre si immetteva nel traffico della città, Moretti non riusciva a togliersi di dosso la sensazione che il caso fosse risolto, sì, ma che restava quella verità nuda e ostinata: per amore si può oltrepassare ogni confine, oltre la ragione, oltre la paura… fino a perdersi del tutto”[17].
[1] Pestelli V. (2025) Per amore, pag 8.
[2] Pestelli V. (2025) Per amore, pag 16.
[3] Ibidem, pag 83.
[4] Ibidem, pag 99.
[5] Pestelli V. (2025) Per amore, pag 17.
[6] Ibidem, pag 247.
[7] Ibidem, pag 109.
[8] Ibidem, pag 161.
[9] Pestelli V. (2025) Per amore, pag 73.
[10] Ibidem, pag 150.
[11] Ibidem, pag 181.
[12] Ibidem, pag 262.
[13] Pestelli V. (2025) Per amore, pag 175.
[14] Ibidem, pag 257.
[15] Ibidem, pag 264.
[16] Ibidem, pag 246.
[17] Pestelli V. (2025) Per amore, pag 254.


