PERFORMARE POESIA
“Ma cos’è la poesia se non un tentativo
(spesso disperato) di colmare ad arte
questo vuoto d’amore?”
(D. Bulfaro, Performare poesia)
Dome Bulfaro (1971) è poeta, performer, artista visivo, editore, didatta, docente di Poesiaterapia e formatore. Si dedica alla poesia (di cui si sente un servitore) e all’arte ogni giorno dell’anno. È uno degli autori italiani più attivi nel fare e promuovere la poesia performativa ed è il principale divulgatore in Italia della Poetry Therapy/Poesiaterapia[1].
Il suo libro Performare poesia (2025)[2] è strutturato con la forma di “frammenti di un discorso poetico”: cioè riflessioni, annotazioni e insegnamenti colti nel tempo, che in questo articolo si riferiscono al legame con la psicologia.
“I diari e i manifesti qui raccolti sono nati dalla medesima urgenza: donare una fissa dimora alle infinite esperienze accadute dal 2021 al 2024 nella Scuola di Poesia, ma anche in tutte le altre scuole dove in questi anni ho insegnato o tuttora insegno” […] “Mutuando ciò che disse Strehler di Amleto Sartori, riferendosi al suo contributo dato al teatro: vi prego di considerare questo libro come un pegno di fedeltà e di amore per la poesia e la vita” (D. Bulfaro, 2025).
L’autore rappresenta una corrispondenza fra poesia, corpo e vita, partendo dal presupposto che la poesia risiede all’interno di ciascuno di noi e va solo scoperta e manifestata. “Desideravo insegnare agli altri come coltivare il proprio essere poesia dentro il proprio corpo, con tutto il sé. Già allora ero convinto che ogni essere (non solo umano) fosse poesia in potenza che ha il potere di trasmutare in poesia in atto” […] “Potenzialmente ognuno di noi è un poeta, ma dobbiamo lasciare che questo nostro essere poesia in potenza diventi realtà. L’immagine del Prigione di Michelangelo ci mostra al meglio la condizione in cui ogni poeta racchiuso in noi è. La poesia è un atto di libertà” (D. Bulfaro, 2025).
Suggestiva è l’analogia tra corpo e poesia, che, come un infante, respira, cresce, inizia a camminare e diventa autonoma: si distacca da chi l’ha generata per venire fuori, prendere vita indipendente.
La poesia, nelle sue declinazioni, si intreccia alla psicologia nella funzione di contatto ed espressione del sé, all’interno di un processo terapeutico.
“Il processo è ridare il potere al paziente, è restituirgli quel potere che gli appartiene e che in qualche modo lui ha gettato alle ortiche […] è restituirgli il potere di sopravvivere e di vivere, di essere creativo a dispetto del suo dolore e della sua impotenza. Il processo consiste nell’aiutarlo a sviluppare il suo Io sono; a sviluppare la sua personalità” (C. A. Whitaker, 1990).
La teoria della ghianda di Hillman (1996) spiega che ognuno di noi possiede in sé l’essenza di ciò che è destinato ad essere, come lì, nella ghianda, è presente la quercia (e non il ciliegio o un’altra pianta) che non attende altro che di esprimersi.
Ciascun individuo è portatore di un’unicità che è già presente prima di essere scoperta, come se il corpo fosse il contenitore protettivo dell’anima fragile della poesia, il guscio della ghianda.
Trasmutare in poesia in atto significa, dunque, corrispondere con la propria poesia interiore, sviluppare il proprio Io sono, esprimere la propria ghianda, la propria essenza più intima. Per l’autore “animare parole, silenzi e gesti poetici significa animare la vita. Poetare è presentare alla vita la sua anima”.
IL TEMPIO DELLA POESIA
“Tre sono i pilastri
su cui si regge il tempio della poesia:
la parola, il silenzio e il gesto”
Con Dome Bulfaro scopriamo una poesia che nasce dal silenzio, pulsa, cammina e ci insegna a respirare, a camminare, attraverso un comune battito che intreccia il battito della poesia con il nostro: “in ogni verso-respiro c’è un cuore che batte.”
“Immagina che sillabe atone e accenti tonici formino un cardiogramma: il picco ascende laddove c’è la vocale tonica che poi corrisponde per similitudine al battito cardiaco. La frequenza con cui la vocale tonica batte, definisce il ritmo della pulsazione del verso nel tempo” (D. Bulfaro, 2025).
Il verso-respiro scandisce l’ingresso poetico e lo genera:
“Creiamo una O, diamo vita a delle O.
Ammirare l’alba di un nuovo respiro che sorge dalla bocca e
un’esperienza imperdibile. Con una inspirazione porta un’onda
energetica dentro di te e ascolta. Con una espirazione ascolta il
soffio vitale che delicatamente colma del suo calore tutto il tuo
cavo orale. Senti come sfiora le pareti interne delle labbra mentre
già spunta fuori dalla bocca il primo spicchio di O.
Prendiamoci gusto. Giochiamo e intanto alleniamo il nostro
diaframma: inspiriamo e durante l’espirazione, grazie a brevi e
secchi colpetti di diaframma, facciamo fuoriuscire dalla bocca
tanti anelli d’aria a forma di O.
Come quando d’inverno, ti scaldi le mani gelate, a colpi di
calde e vitali OOO”.
Le vocali diventano compagne, vive, con le quali costruire una complicità, durante l’esercizio della respirazione. Il soggetto compie un percorso all’indietro, verso la nascita, una sorta di “rebirthing” in un regno in cui è possibile una tregua dal caos dell’attualità: un metaforico ritorno al silenzio, al respiro, alla nascita.
Imparare a respirare fraseggiando, fermarsi in pausa seguendo la relazione col testo: tutto questo permette una nuova gestazione.
“La parola, il silenzio e il gesto” sono i pilastri del tempio della poesia, ma anche della terapia. Il silenzio è un momento importante in cui sostare per garantire al paziente una rielaborazione e considerare l’atteggiamento non verbale, posturale, gestuale. Attraverso la scelta delle parole ci si prende cura della relazione con l’altro e si costruiscono i rapporti sociali nella collettività.
Come scegliere le parole?
“Le parole che invece sbucano dalla nostra cavita orale,
si levano dagli aeroporti o dai campi di volo o si muovono come spore, batteri.
Le parole pensate sono nuvole, piume di cuscino
e hanno dentro il ronzio degli insetti.”
Le parole poetiche sono in grado di contagiare, cioè di coinvolgere, sono quelle che si fanno sottili, tenaci, consistenti, capaci di persistere, di non evaporare, di rianimare grazie a suono e intensità.
Per l’autore “poesia è ascolto, respiro, pulsazione, cammino, volo”.
“Spesso le lettere di una parola informano, alcune volte formano, altre ancora si infornano
nella pancia e lievitano… Alcune risultano indifferenti, altre gradite, altre sgradite, altre sono granite.
C’è un posto dove tutte le parole del mondo sono presenti?
Nell’universo della mente / nella mente dell’universo.
Dietro la porta in cui abita il nostro silenzio”.
Contattare il silenzio in un’epoca basata su velocità, ritmi frenetici e relazioni intermittenti, permette di differenziarsi dalla società per diventare se stessi, in un percorso di crescita e di formazione della propria identità.
POESIA PERFORMATIVA
“Performare un verso significa
dare significato a tutte le sue parti”
“Farsi poesia è questo per me il senso più intimo e profondo di fare poesia. Farsi poesia cioè manifestare in tutto e per tutto la poesia che siamo, incorporare tutta la poesia che io /essi sono”. Incorporare la poesia significa anche riempire un vuoto, darsi un nutrimento buono, che sia riserva di energia per i momenti di crisi. “L’incontro tra un essere umano e una poesia è dunque l’incontro fra due esseri viventi che sognano entrambi, insieme, di diventare ed essere totalmente poesia. L’umano può esserlo solo incorporando la poesia, la poesia può esserlo solo se è incorporata
dall’essere umano. Poeta performer è dunque chi attua questa incorporazione, o poetizzazione, attraverso la dizione o la per-formazione del testo poetico” (D. Bulfaro, 2025). “Performare un verso significa dare significato a tutte le sue parti”: in un’ottica squisitamente sistemica relazionale, rappresenta una visione circolare, e non lineare (causa/effetto).
Rivoluzionaria è la concezione della poesia come un essere vivente, separato dal nostro, col quale potersi incontrare, conoscere e riconoscere. Conoscersi di nuovo e in nuove forme mette in primo piano la relazione e ciò che ne consegue, in un contesto globale. Non stiamo più parlando di una performance da realizzare nel migliore dei modi, di una prestazione, ma di una trasformazione che avviene nell’incontro con il testo poetico.
POESIA TERAPEUTICA
“La penna è un’ottima vanga
per scavare le terre
dell’interiorità”
“Si può insegnare a costruire dal proprio tronco la propria barca e i propri remi. Puoi insegnare come si rema e si può raggiungere con la barca la spiaggia dell’isola dov’è nascosto il tesoro-poesia. Si può indicare il punto esatto dove si è nascosta e vive sepolta in te la poesia. Ma lo scavo finale, non lo può insegnare nessuno a un altro da sé, lo scavo finale lo puoi compiere solo tu” (D. Bulfaro, 2025).
L’insegnate, come il terapeuta, può favorire un cambiamento, ma è la persona a decidere quale “scavo finale” compiere e in quale profondità (e il paziente va rispettato nei suoi limiti).
La Poetry Therapy è una disciplina che nasce negli stati Uniti negli anni ‘50-‘60 e che considera la scrittura uno strumento di cura, utile per riconoscere gli stati d’animo, esprimerli e condividerli. La poesia congiunge l’interno con l’esterno, l’inconscio con il conscio e permette una introspezione, un disvelamento di aspetti di sé, verso una catarsi e una rielaborazione del vissuto.
Oggi viene usata in contesti individuali, di coppia e di gruppo e in varie forme: non solo come scrittura o lettura di poesie, ma anche come scrittura di diari e lettere.
“In Poesiaterapia può capitare che l’utente componga testi scritti o performi con la preoccupazione che un’altra persona debba capire il proprio testo. Se questa comprensione da parte di altrə dall’utente non è funzionale al suo percorso terapeutico, va sollecitato a scrivere solo per sé. Quelle parole e quelle pagine sono uno spazio dedicato e riservato a se stesse/i. Il testo che l’utente scrive è per sé. Le parole che l’utente scrive o dice devono fare bene a chi le scrive, a chi è in cura. Qui si apre una evidente biforcazione tra Poesiaterapia e poesia performativa”, che si può riassumere nella frase “Scrivi per te, fai ciò che fa bene a te”. L’interesse è rivolto soprattutto al processo, più che al prodotto, cioè su ciò che avviene internamente durante la scrittura.
I testi prodotti con “la tecnica di Scrittura Kintsugi, ideata da Dome Bulfaro, traducono in versi e prosa poetica l’antica arte giapponese del kintsugi. Tali poesie hanno lo scopo di risanare le fratture interiori” […] “poi si compone la poesia, immersi nell’ascolto il proprio sé” (L. Buonaguidi, 2023), con lo scopo di riparare e cantare “la bellezza cicatrizzata” (L. Buonaguidi, 2023).
La Scrittura Kintsugi[1] “non è considerabile solo come una trasformazione, ma è una trasmutazione: trasmuta in oro una situazione negativa”, considera il dolore ma anche la guarigione, la ferita che può rimarginarsi.
Ma cosa è ritenuto poetico?
“Poetico è tutto ciò che manifesta, attraverso l’intuito, il bello dell’inesprimibile, dell’indicibile, dell’invisibile, dell’inaudibile, dell’intoccabile, dell’inodorabile. Poetico è tutto ciò che non c’è
ma c’è, non si vede ma c’è, non si ode ma c’è, è presente attraverso l’assente. Il poetico è l’“in” dell’in-dividuo. Poetico è ciò che dall’in-terno unisce ciò che la materia, in apparenza, divide.
Il poetico universalizza ciò che la materia personalizza.”
Poetico e terapeutico è considerare centrali “parola, silenzio e gesto”: la comunicazione non verbale, il posizionamento nello spazio, tutto ciò che in terapia viene definito l’implicito e per Bulfaro l’indicibile:
“Sono pienamente nella verità mentre sto nascendo e mentre
sono morente. La poesia si fa piena di grazia, in tutta la sua
forza, perché in questi due frangenti siamo così gracili,
la forma che abbiamo assunto è così esposta all’abisso dello sparire
per sempre. Quando il nascente e il morente combaciano in ogni
istante, si crea la magia dell’indicibile.”
Lo scrittore porta il lettore tra nascita e morte metaforiche: nascere e morire continuamente, abbandonare i ruoli rigidi familiari o sociali permette di evolvere, di adattarsi all’ambiente e reiventarsi: uscire da sé (morire) e rinascere altro.
La Poesiaterapia “è legata alla capacità del testo poetico di proliferare senso e attivare costantemente reazioni emotive, fisiche ed energetiche che sanno nutrire e quindi fanno crescere.”
Proliferare senso è un tema chiave nel processo terapeutico per comprendere il significato del malessere o del sintomo del paziente, per costruire l’alleanza terapeutica e costruire nuovi modelli relazionali.
MANIFESTI POETICI
“La poesia è per sua natura carsica.
[…]
versi che come acqua filtrano dai pori
nel sottosuolo della pelle,
in profondità sconosciute a noi stessi”
Dome Bulfaro ci lascia in eredità dei Manifesti poetici ed esistenziali, porta il lettore in terreni friabili, dove è possibile contattare le fragilità e scoprire parti di sé sconosciute. Per il poeta è fondamentale ritrovare la parte di sé “pura e incontaminata”, che vuole abitare questo mondo:
“C’è una parte di noi pura e incontaminata, incorruttibile; lì
transita il fiume della poesia. E io è lì, su quelle sponde, che
voglio abitare, vivere, abbeverarmi ogni istante della mia vita.” […]
“Sia ogni tua parola un seme d’amore consapevole.
Fa’ che questa tua parola,
quando riprenderà casa sottoterra o in un altro corpo,
rispunti con il suo germoglio dalla superficie della terra”
Se ognuno di noi riuscisse ad esprimere la propria poesia interiore sarebbe più facile contribuire, con la nostra parte, ad apportare un “germoglio dalla superficie della terra”.
Rispetto ai drammi dell’attualità la poesia e la terapia offrono la possibilità di trasformare in oro una situazione negativa, di predisporre un cambiamento verso il futuro e di coltivare speranza, per scegliere di abitare le sponde della poesia.
Nascere e morire implicano una trasmutazione che riguarda la generatività e l’eredità, ciò che si può lasciare, di fecondo, alle nuove generazioni, che possa essere accolto e portato avanti, seminando parole terapeutiche per un domani migliore.
[1] La scrittura kintsugi è una tecnica di Poesiaterapia e scrittura terapeutica ideata da Dome Bulfaro nel 2017, che mutua con le parole il processo di ricongiunzione con l’oro dell’omonima arte ceramica giapponese.
[1] Dal 2021 è docente di Poesiaterapia e Lettura espressiva poetica presso l’Università degli Studi di Verona, nel pionieristico Master in Biblioterapia. Come poeta è stato invitato dagli Istituti Italiani di Cultura per rappresentare la poesia italiana in Scozia (2009), Australia (2012), Brasile (2014), Argentina (2020/21) e Germania (2022). Ha rappresentato a Budapest la Poesiaterapia italiana alla 1st European Biblio/Poetry Therapy conference 2024(Budapest) e alla 2nd European Biblio/Poetry Therapy conference 2025 (Jyväskylä, Finlandia).
Dal settembre del 2024 fa parte del board del Journal of Poetry Therapy (USA), la storica e ancora oggi più importante rivista mondiale di questa disciplina.
[2] Bulfaro D. (2025) Performare poesia, Puntoacapo (AL).


