LA CONDENSA DELLA POESIA
“Idee che si calcificano in volatili azioni.
Identità appannate dallo sfrenato spirare
di punti fermi”
(A. Amoruso, Essere)
Antonio Amoruso[1] vive e lavora a Firenze come architetto, pur prediligendo da sempre la musica e la scrittura. Ha fondato il collettivo di poesia performativa Le Penne Lisce nel 2025 e nello stesso anno ha pubblicato la raccolta di poesie Condensa, che tratteggia un percorso di vita, composto da gocce di ricordi, tra le pareti dell’esistenza.
Il libro rappresenta un’entità vaporosa, che fluttua: riconoscersi vapore e diventare acqua, compiere cioè un passaggio di stato, una trasformazione, porta a crescere, a cambiare aspetto e, dalla transizione, nasce la poesia.
Condensa è un bicchiere di questa vita, che si adatta come acqua al suo recipiente e ricerca il momento, il luogo, per diventare scrittura.
Il libro raccoglie testi scritti dai diciotto anni, alcuni non più corrispondenti al presente, gocce di un passato rielaborato e di un domani imprevisto:
GOCCE IN BORGO DEGLI ALBIZI
Gocce di una notte afosa,
di acqua che gronda
da una lucida testa calda,
che era birra un minuto fa.
Parole ieri,
lacrime domani.
Ma tutto si muove, in me
e intorno.
Torno ad errare.
Umide corazze permeabili si agitano
e un morbido carsismo racconta
di ciò che è entrato e uscito
dai larghi pori
del nostro epitelio da campeggio
in questa notte afosa.
Con gli occhi sgranati nella selva indistinta,
non cercavo che carezze
e altre corazze.
Lo scrittore riflette sulla relazione con l’altro (se accarezzare o corazzarsi), su come stare insieme in questa società in cui “tutto si muove, in me e intorno”: celebra in versi la vitalità del movimento, del cambiamento.
La lievità della poesia è integrata con la consistenza della scultura, i versi si stagliano dal foglio: Antonio Amoruso compone un progetto in più dimensioni che riguarda i sensi e i sentimenti.
Il tatto, il contatto, si solidificano in un abbraccio scultoreo (e quindi eterno):
“implorerei Medusa
di saldarci marmorealmente”.[2]
L’aspetto spirituale è congiunto con quello corporeo, il morbido con la solidità del marmo, il soffio con l’asfalto “duro, grigio e impermeabile, soffoco germogli di intenti”. Il tempo è scandito dai respiri, dalla flebo che scorre: non segue il ciclo giorno/ notte né il ritmo sonno/veglia, ma va di pari passo con gli stati d’animo e le emozioni.
È una poesia di vento e deserto, d’estate e d’inverno:
“E quando il mio logoro esoscheletro
sarà eco della mia sonora muta,
distruggilo come foglie d’autunno,
perché io non possa tornare
ai miei inverni più freddi”[3].
Il freddo diminuisce, la stagione recupera calore tramite il legame con l’altro, che riscalda, ed è colto nei significati metaforici.
La scrittura di Antonio Amoruso sorge dalla terra di mezzo, dalle intercapedini, dalla temperatura che sale.
“È una poesia luminosa, tanti i riferimenti alla luce, quanto notturna e buia, di un buio “che nutre il forno senz’anima / che ci abita le membra”. È una poesia di sonno e di veglia, “quando sono appena sveglio / ed è stata notte per troppo poco”. È una poesia di abbracci – “per svegliarci abbracciati / e con i cuori sudati” – e di distanziamenti. È una poesia di spazi aperti e di reclusione (ospedaliera), “quattro mura bianche / mascherate di lilla a metà”. Ma oltre ai significati, che ruotano per lo più intorno al chiasmo dicotomico amore-disamore / illusione-disillusione, c’è un aspetto che vale la pena evidenziare […]: un educato anti-lirismo (L. Gamberini 2025, da Prefazione), che sovverte gli schemi e non si fa contenere in una definizione.
L’autore narra delle storie che rappresentano la caducità dei sentimenti, amori che finiscono inaspettati, la nostra fragilità:
“È strano ma
in poco tempo
una brusca frenata ha distrutto anche noi”.[4]
Antonio Amoruso descrive le declinazioni dell’amore, in un’ottica sistemica relazionale. Le relazioni di coppia hanno un posto importante e vengono espresse anche attraverso l’umorismo:
“Mi chiedesti «Di me cosa ti piace?»
Di te mi piace il mio riflesso”.[5]
Il poeta esprime la dinamica del rispecchiamento di sé nell’altro e mostra che, attraverso la relazione, diventiamo consapevoli di noi stessi.
I rapporti affettivi permettono una maggiore consapevolezza della propria identità e la comprensione di aspetti ancora sconosciuti:
IO SONO QUERCIA, TU SEI RAMPICANTE
“Io la amo Claudia.
E la amo
proprio perché ho potuto non amarla più.
E allontanarmi da lei
e guardarla da lontano.
E allontanarmi da lei
e guardarmi da vicino.
Vivere ciò che ho vissuto. E crescere.
Prender l’imbuto
che mi ha portato ad incontrare
dopo tre anni finalmente
chi avrei dovuto
prima di lei.
Incontrare me stesso
steso ad aspettarmi morire sotto un cipresso.
Per accorgermi di vivere e di poter amare.
Fesso.
Lei s’era già incontrata.
Molto prima che potessi amarla io
s’era già amata.
La prima frase che mi ha detto è stata trama
grama, di tutta la nostra storia felice:
“Io sono quercia, e tu sei rampicante”.
Radice, del mio starle accanto,
questa frase ha suonato come un canto
di pettirosso che si macchia del mio sangue
ma che mi vede, mi vede chiaramente e non langue.
È per questo, ed altro, che io la amo.
E perché ho potuto non amarla più, quella mattina
d’inverno.
Che non sempre badiamo ai cambiamenti credendo nell’eterno.
E non amandola più mi son staccato dal suo tronco,
in tronco corteccia non è più stato il mio cuscino,
ma breccia ho suggerito all’orecchio del bacino
che portava quotidiano, acqua al suo terreno.
Neanche il coraggio di dirlo alle radici.
Che con la testa sotto la sabbia ci ero assai vicino.
Non sarò mai faggio. È vero ciò che dici.
Solo rampicante, senza moschettoni, imbragature e funi,
senza più picconi da issare tra i tuoi capelli bruni”.
[…]“E da rampicante in poco tempo, in riva al mare
fico d’India son diventato
e poi stella di Natale. E poi piccolo arbusto,
gonfio il busto, mi conosco, mi piaccio.
Alberello in mezzo a un bosco, sembra si sia sciolto un
[ghiaccio.Posso dire fieramente che oggi non son quercia, di sicuro
ma sono un castagno e sono un duro.
Sono un castagno, lancio frutti spacciandoli per regali
ma sono palle di spine, irte, criminali.
Se non sai come afferrarmi non mi conoscerai.
Forse non voglio, forse non voglio.
Ma oggi sono questo, e non ho paura di esserlo.
Oggi lo sono, mi guardo, lo vedo, mi vedo, mi amo.
Io mi amo,
e per questo io ti amo Claudia.
Perché non amandoti più ho amato me stesso.
E amando me stesso oggi ti amo,
più che mai”.
Attraverso la metamorfosi con la natura, lo scrittore parte dal presupposto di amare se stessi per poter amare qualcun altro.
La natura è intesa come elemento primario, identitario e generativo, da cui deriva la personalità e che promuove la differenziazione: è un elemento simbolico che riguarda l’evoluzione del sé e delle relazioni.
La celebre frase di Calvino rappresenta bene questo aspetto di consapevolezza acquisito attraverso gli occhi dell’altro e di riconoscimento reciproco:
“Si conobbero. Lui conobbe lei e se stesso, perché in verità non s’era mai saputo. E lei conobbe lui e se stessa, perché pur essendosi saputa sempre, mai s’era potuta riconoscere così”.
L’evoluzione di un rapporto avviene quando non vi è fusione tra le individualità, ma centratura e scambio tra le parti, in equilibrio tra vicinanza e distanza.
“La coppia non deve costituire quindi un bisogno, ma un arricchimento; non deve colmare vuoti, che potrebbero tornare tali con la sua fine”[1].
Antonio Amoruso sviluppa anche i temi dell’appartenenza e della separazione, in un ciclo continuo di inizi e conclusioni, di vita e morte, nel quale portare avanti la ricerca di un luogo in cui sentirsi a casa:
“Vorrei un posto in cui sentirmi a casa.
Sarebbe bello se coincidesse con il posto
in cui vado a cercare le parole
in fondo ai bicchieri”.
[…]“Potrei metter radici come un tarlo tra i tarli
Ma mi limito a salutarli. Stasera mi sento davvero a casa.
E quindi vado via”.
L’autore sottolinea che ci si può separare dagli altri quando si sente l’appartenenza a un territorio o a un gruppo, come accade rispetto alla famiglia d’origine.
L’identità del poeta è ben rappresentata nel contesto familiare e presentata in un suo testo di Poesia Performativa, scritto e pensato per essere performato e letto ad alta voce davanti a un pubblico:
La mia vita è una bomba
“La mia vita è una bomba.
Ma ve la voglio raccontare dall’inizio.
29 maggio 1992.
Ospedale, parto gemellare.
Nasciamo io, il mio segno zodiacale e il mio ascendente. 6 gemelli.
6 giorni prima, Sicilia, mia madre
sentiva un boato e chiamava mio padre in servizio.
Supplizio spiegarle di cosa son stati
500 chili di tritolo, capaci.
Ma io di chili solo 4 e sono così bello.
E sono un primogenito.
Mi chiamo Antonio come il nonno.
E tutto va come deve andare.
E poi è il ‘94 e tra aprile e luglio ci fu la guerra civile in Ruanda.
E anda e rianda sto termine dà sempre fastidio ma pare che all’epoca ci fu un genocidio, e un sacco di gente costretta all’esilio.
Ma tra aprile e luglio compivo due anni.
E anche noi prendevamo le cose veloci e traslocavamo di corsa in Calabria.
Il lavoro, si sa, non conosce patria.
E mentre bambini ridotti ad ossa e sorrisi
che son cicatrici su arti scomposti e snutriti, disimparavano a camminare,
io imparavo a correre,
che avevo da scappare da mamma che inseguiva la bocca dentro la quale un aereo colmo di cibo voleva atterrare.
Settembre 1998.
Primo giorno di scuola elementare.
Non ho tutti i denti e me ne vergogno.
Finestre si apron sul sorriso un po’ rotto e già insoddisfatto di una vita che fuori da me sembrerebbe da sogno. E il sonno di altri, a pochi passi da me, veniva interrotto nello stesso giorno da finestre che si aprono su ciò che era soggiorno, e poi stanza da letto, lasciandovi entrare la luce del fuoco e l’orrore più abietto.
Il Kosovo è in guerra e questo, a scuola, non ce l’hanno mai detto.
E poi è il 2001
e negli Stati Uniti due aerei si scontrano contro due gemelle.
Cadevano al suolo l’11 di un settembre in cui sono 9 anni e 3 mesi che io sono nato.
Ed è da quel giorno che un po’ si può dire che il terrorismo sia NATO.
Quello scritto grande, a caratteri cubitali, quello che ci ha resi così solidali contro il nemico sunnita o sciita o contro chiunque preferisse al panino la pita.
Ma continua la vita e l’11 settembre di due anni dopo è il 2003 e mio padre al lavoro è stato trasferito. Ritorniamo in Puglia, dalla famiglia, ne sento la gioia, la smania, la voglia dei miei genitori di stringersi ai loro, come a saperlo che tutto sarebbe durato un minuto. Dannato lavoro.
E volano gli avi che lasciano a ignavi nipoti un mondo che loro non hanno capito e non hanno spiegato e che se interrogato, ti racconterà che quell’anno gli USA han piegato l’Iraq”.
[…]“Ti ricordi mica di quando parlavan di Siria in TV?
O magari ricordi la serie TV che guardavi la sera, pop-corn e divano, quando all’improvviso il Cremlino ha deciso che aveva bisogno di grano.
E così, si è appropriato di ettari ed ettari di una cultura che abbiam sventolato per anni di giallo e di blu, che abbiamo mietuto per farne del pane al sapor di diritto internazionale e che ora di colpo non ricordi più.
Perché su quel biondo di grano e su quegli occhi blu si è versato un triangolo rosso di sangue su bianco ospedale ed età troppo verdi per essere tinte di nero.
Sbandiero furente l’unica arma in cui credo
e stringo colori di vite finite o lontane che gridano insieme a me che la vita, la nostra vita, è una bomba”.
La scrittura di Antonio Amoruso indaga le relazioni, le connessioni, nelle varie forme dell’attualità: “non è una poesia di scorciatoie ma è un dilagare forte e potente” (L. Gamberini 2025), come una bomba.
La poesia si genera dall’esistenza e da essa trae ispirazione; riguarda l’approccio sistemico relazionale perché si occupa di identità, di famiglia, di appartenenza alla propria terra d’origine. Il poeta suggerisce, evoca, innesca una predisposizione emotiva nel lettore, attiva visceralmente un sentimento, un movimento e la vitalità del cambiamento, tramite una forte corrispondenza tra poesia e vita.
“Il filo conduttore che lega queste pagine è la condensazione delle esperienze, una sintesi intensa e vibrante di attimi sospesi tra la realtà e il sogno” (A. Amoruso[2]).
Nel passaggio di stato, nella metamorfosi, si condensa e risiede la condensa della scrittura. La transizione, dunque, genera la poesia di Antonio Amoruso, che cambia forma ed è in continuo divenire, come la vita:
TORNERÒ ALGA
Sono a bordo del treno
verso terre lontane dal cuore
che si fondono in verde e in marrone sfocato.
E scrivo con occhio appoggiato
allo schermo che corre
e dita che intrecciano vimini qwerty
su reti da pesca
che pescano solo fresche parole
ancora guizzanti e bagnate
talvolta. Scorro l’Italia dal vetro che corre,
a parlare poesia e spiegar nostalgia
a chi a grandi passi tocca su punte
il disagio distacco.
Ed io che invece ci calco me stesso,
nel fango terrone il mio tacco
a passi pesanti,
al ritmo incalzante di danza del ragno,
affondo e riemergo
il ricordo calcagno più bello.
Un giorno poi mi è venuta a bussare.
Nel freddo di notte lontana dal cuore
futuro e lavoro non eran che legna
da ardere in voto.
Nel rogo di aghi di pino era nata di nuovo,
non era più legno, era Puglia, era oro.
E ha scaldato la notte e ha sfornato i ricordi
più buoni che ho dentro
con pale di fico su sfondo del mare
che sfondano pietre su pietre a formare
pareti di estatiche estati
che stringono a secco l’inverno che ho dentro alle pinne
e ghiaccio nel becco. E Ballo.
Ballo come caustiche al sole
son mare che scava le mie coste e brucia
come caustiche sode il tuo sale
sulla mia secca corteccia di pomeriggio d’agosto.
La terra che ho invaso mi ha trasformato in un mosto.
Quel germe lontano di un vino mai nato
perché sono andato, seguendo il fermento
del succo di vite
sognate, cercate, strappate.
Vorrei fare pace d’ulivo alle vite che ho scelto
in cambio di quella
che immersa nel dubbio di pece d’un buio
divora ricordi a macchia d’olio. Xylella,
fastidiosa sindrome giovanile
di bruciare radici e rami e mari in cambio d’avvenire
Un canto gabbiano mi sveglia
che tremo su treno di sabbia.
Naufragio, battigia al chiarore
di occhi di madre che schiudono alba.
Mosso da risacche ricolme di ricordi
ondulo al maestrale come pianta
che torna al vaso,
che torna alga.
[1]https://scuola.repubblica.it/static/scuola.repubblica.it/lombardia-como-lcalessandrovolta/index.html@p=2536.html [2] Amoruso A. (2025), da quarta di copertina in Condensa. [1] Antonio Amoruso nasce il 29 maggio 1992 a Bisceglie (BT), in Puglia. Dopo undici anni, trascorsi con la sua famiglia tra Sicilia e Calabria, torna in Puglia nel 2003, all’età di 11 anni; è qui che scopre la sua terra natìa. Vive in Puglia i successivi diciotto anni, diplomandosi al Liceo Scientifico e poi laureandosi in Architettura. Nel gennaio 2022 si trasferisce a Firenze per lavoro. [2] Amoruso A. (2025) Senza titolo in Condensa. [3] Amoruso A. (2025) La muta in Condensa. [4] Amoruso A. (2025) Ricordati di non correre in Condensa. [5] Amoruso A. (2025) Il mio riflesso in Condensa.

